A 80 anni dalle leggi razziali Liliana Segre con gli studenti al Carlo Felice

Il prodotto del pregiudizio dell’odio e dell’indifferenza è il titolo della lectio magistralis della senatrice a vita. Occasione straordinaria per ascoltare uno degli ultimi testimoni del mostruoso genocidio scientificamente programmato. Tremila giovani ad ascoltarla

Roi, Segre, Ronzitti su palco carlo felice
Cinque sillabe. Quasi sembra volerle scandire Liliana Segre quando pronuncia la parola ‘indifferenza’. La parola che ha voluto fosse scritta al binario 31 della stazione di Milano da cui partirono tanti treni per i campi di sterminio. «Mi sono battuta perché nel muro che a tutti ricorda la deportazione ci fosse scritta non una frase contro la violenza, ma solo la parola ‘indifferenza’».

Liliana Segre, 88 anni, senatrice a vita, ex deportata ad Auschwitz¬-Birkenau, sopravvissuta, testimone, ma, soprattutto, come sottolinea lei stessa, bambina di 8 anni nel 1938. «Nata da una famiglia laica, mi accorsi di essere ebrea quando a tavola mi dissero che ero stata espulsa dalla scuola dove avrei dovuto frequentare la terza elementare. Io, che ero una bambina tranquilla, chiesi quale fosse la ragione, chiesi perché, quel perché che non avrebbe avuto una risposta. Di colpo divenni quella diversa, quella che era meglio non frequentare. Cominciò per la mia famiglia una vita speciale: la polizia veniva in casa e ci trattava da nemici della patria. I vicini di casa non furono mai violenti con noi, furono indifferenti».

Nell’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali da parte del regime fascista, oggi la senatrice ha incontrato gli studenti del quinto anno delle scuole superiori genovesi in un Carlo Felice gremito in ogni ordine di posti, palchi compresi. Altri mille li ha incontrati subito dopo a Palazzo Ducale dove avevano seguito l’iniziativa sui due maxischermi dei saloni del maggiore e minor consiglio. Oltre a Giacomo Ronzitti, presidente Ilsrec (Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea), ad accogliere la senatrice sono stati l’assessore Pietro Picciocchi che sostituiva il Sindaco, oggi a Roma, il presidente della regione Giovanni Toti e il soprintendente del teatro Carlo Felice Maurizio Roi.

Continua a raccontare Liliana Segre – «come una nonna che racconta una storia, e a volte le fiabe sono cattive»  dai primi anni di guerra sfollata in un paese dove non le era permesso frequentare la scuola di guerra allestita nel municipio, all'esperienza del carcere vissuta a 13 anni: prima a Varese, poi a Como e infine a San Vittore. «Ero nella cella 202 del quinto raggio insieme a mio padre, la Gestapo chiamava due volte a settimana gli uomini per interrogarli e io sapevo che torturavano: quando rientrava dagli interrogatori non parlava, ci abbracciavamo e basta. Un giorno un tedesco lesse un elenco di seicento nomi e disse che dovevamo prepararci per partire per ‘ignota destinazione’. Quando uscimmo dalla prigione gli altri carcerati uscirono sui ballatoi dicendo frasi come “sappiamo che non avete fatto niente, vi vogliamo bene, Dio vi benedica”. Ladri e assassini furono uomini capaci di pietas, non furono indifferenti».

Partirono in seicento, tornarono in 22. I calci, i pugni, l’estrema violenza con cui furono caricati su carri bestiame in cui c’era solo un po’ di paglia e un secchio per i bisogni, questo e altro racconta la senatrice a una platea sempre più attenta e che più volte la applaude. «Il viaggio durò una settimana. I primi due giorni tutti piangevano, anche gli uomini giovani, i più fortunati pregavano. Poi il silenzio e infine il rumore osceno, orribile, dell’arrivo ad Auschwitz, la divisione tra uomini e donne: fu lì che lasciai per sempre la mano di mio papà». Il padre di Liliana morì pochi mesi dopo nel campo di sterminio.

«Alta, sciupata dal viaggio dimostravo più anni di quelli che avevo. A 13 anni si andava subito al gas, mentre io invece divenni operaia-schiava nella fabbrica di munizioni Union. Marciavamo ogni giorno fino alla città dove si trovava la Union e lungo la strada eravamo come invisibili, nessuno degli abitanti usciva dalle case o si affacciava alle finestre». È ancora l’indifferenza che torna nel racconto della testimone.

Il ricordo va a Janine, la compagna francese, bionda con gli occhi azzurri, finita al forno crematorio dopo un’ispezione: «Nude, davanti a tre soldati in divisa, uno era Mengele, che ti dicono ‘voltati’, ‘apri la bocca’ per valutare se sei ancora in grado di lavorare. Janine non ce la fece, sentii che la fermavano e fui orribile: mi rivestii e non mi voltai verso di lei. Ho sempre ricordato Janine da quando ho iniziato a fare testimonianza, perché il mio non essermi voltata rappresenta quello che mi era successo, mi avevano tolto la dignità. Ricordatela anche voi, Janine, morta nel 1944, a 21 anni, per la sola colpa di essere ebrea».

La testimonianza di Liliana Segre va avanti con il racconto della ‘marcia della morte’: «Si chiama così perché se cadevi venivi fucilato immediatamente. La marcia cominciò nel gennaio del 1945 e durò mesi, eravamo degli ectoplasmi che camminavano a fatica ma, dall’alta Slesia al nord della Germania, nessuno mai si affacciò alle finestre con un briciolo di quella pietas che avevano avuto i carcerati di San Vittore». L’indifferenza, ancora.

«Alla fine della guerra – prosegue la senatrice – vidi i nostri persecutori, come impazziti, portare via carte, faldoni, scrivanie intere piene di documenti. Non capivo perché i tedeschi bruciassero le divise, perché di colpo avessero paura di noi. Io, che avevo provato, come dice Primo Levi, “lo stupore per il male altrui”, vidi il comandante di quell’ultimo campo mettersi in borghese, allontanare il cane e gettare la pistola. Ero vicinissima per un attimo pensai di raccoglierla e sparargli. Ma io non ero come lui, avevo scelto la vita e chi sceglie la vita non potrà mai togliere la vita a un altro, chiunque sia».
9 ottobre 2018
Ultimo aggiornamento: 10/10/2018
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